Ogni discussione sul futuro sembra vertere, in questi ultimi venti anni (dall’inizio del nuovo secolo) su un concetto in particolare: quello di competitività. Già, perché la competitività ha a che fare con i territori, con le imprese, con il lavoro, con l’innovazione e anche con lo stesso individuo. Attraverso la competitività si misura la capacità di un’economia di crescere, di attrarre investimenti, di produrre valore.
Tutto giusto, certo. Forse però è arrivato il momento di fermarsi un istante e di porci una domanda scomoda: cosa ce ne facciamo di una competitività che ci impoverisce? Si arriva a competere per cosa, alla fine?
Perché un territorio può essere competitivo e, nello stesso tempo, diventare più povero di relazioni, di opportunità, di qualità della vita. Un’impresa può crescere mentre aumentano le disuguaglianze. Un individuo può guadagnare di più e sentirsi, paradossalmente, sempre meno libero di scegliere. È questa la contraddizione davanti alla quale ci troviamo oggi: abbiamo continuato a competere, spesso senza interrogarci abbastanza sul paradigma di benessere entro il quale stavamo competendo.
La Fondazione Simone Cesaretti ets parte da qui. Dalla convinzione che la competitività non debba essere rifiutata, ma ripensata. Che il problema non sia competere, bensì competere secondo regole capaci di produrre valore senza consumare le condizioni che rendono possibile il benessere. La sostenibilità, infatti, non è una parentesi rispetto allo sviluppo: è la condizione affinché lo sviluppo possa continuare a esistere nel tempo.
Che cosa significa davvero competere
Per molto tempo abbiamo immaginato la competitività come una gara tra territori. Da una parte una città, una regione, un Paese; dall’altra un altro territorio pronto a offrire costi più bassi, incentivi più vantaggiosi, maggiore velocità, secondo la logica della Race to the bottom. In questa prospettiva, il territorio diventa quasi una piattaforma: deve attirare capitali, imprese, persone. Deve essere efficiente, produttivo, veloce.
Si dimentica così che il territorio non è una piattaforma neutra. È un organismo complesso, costituito da quattro stock di capitale: naturale, umano, sociale ed economico. È il luogo in cui si intrecciano paesaggi, conoscenze, relazioni, imprese, infrastrutture, cultura e aspettative. Quando la competizione si concentra soltanto sul prezzo o sulla riduzione dei costi, il rischio è quello di entrare in una corsa verso il basso: per restare competitivi si comprimono la qualità, le tutele, gli investimenti nel futuro e, alla fine, la stessa identità territoriale.
E allora la vera domanda diventa un’altra: quale territorio vogliamo rendere competitivo?
Per noi, la risposta non può essere separata dalla qualità della vita di chi quel territorio lo abita. Un territorio competitivo non è semplicemente quello che produce di più o che costa meno. È quello capace di offrire condizioni di vita migliori, opportunità più equamente distribuite, servizi accessibili,conoscenza, relazioni e prospettive. È quello che riesce a proteggere i propri capitali, invece di consumarli per ottenere un vantaggio immediato.
La competitività, in altre parole, deve tornare a misurarsi con il benessere.
Per molto tempo abbiamo immaginato la competitività come una gara tra territori. Da una parte una città, una regione, un Paese; dall’altra un altro territorio pronto a offrire costi più bassi, incentivi più vantaggiosi, maggiore velocità, secondo la logica della Race to the bottom. In questa prospettiva, il territorio diventa quasi una piattaforma: deve attirare capitali, imprese, persone. Deve essere efficiente, produttivo, veloce.
Si dimentica così che il territorio non è una piattaforma neutra. È un organismo complesso, costituito da quattro stock di capitale: naturale, umano, sociale ed economico. È il luogo in cui si intrecciano paesaggi, conoscenze, relazioni, imprese, infrastrutture, cultura e aspettative. Quando la competizione si concentra soltanto sul prezzo o sulla riduzione dei costi, il rischio è quello di entrare in una corsa verso il basso: per restare competitivi si comprimono la qualità, le tutele, gli investimenti nel futuro e, alla fine, la stessa identità territoriale.
E allora la vera domanda diventa un’altra: quale territorio vogliamo rendere competitivo?
Per noi, la risposta non può essere separata dalla qualità della vita di chi quel territorio lo abita. Un territorio competitivo non è semplicemente quello che produce di più o che costa meno. È quello capace di offrire condizioni di vita migliori, opportunità più equamente distribuite, servizi accessibili,conoscenza, relazioni e prospettive. È quello che riesce a proteggere i propri capitali, invece di consumarli per ottenere un vantaggio immediato.
La competitività, in altre parole, deve tornare a misurarsi con il benessere.
Perché anche gli individui competono con loro stessi
Come si diceva prima, la competizione non avviene soltanto tra imprese o tra territori. Avviene anche dentro la vita quotidiana delle persone. Ogni individuo, infatti, è chiamato a confrontarsi con le proprie possibilità, con il proprio reddito, con l’accessibilità alle risorse, con il livello di conoscenza e con le opportunità che gli vengono offerte.
Qui emerge una delle grandi contraddizioni del nostro tempo. Possiamo chiedere alle persone di compiere scelte sostenibili, salutari e responsabili, ma non possiamo fingere che tutti dispongano degli stessi strumenti per farlo. La capacità di scegliere dipende anche dalla possibilità di comprendere. E la possibilità di comprendere dipende dalla conoscenza, dall’educazione, dall’accessibilità alle informazioni.
Per questo l’analfabetizzazione, nelle sue molte forme, diventa una delle grandi disuguaglianze contemporanee. Non esiste soltanto l’analfabetismo tradizionalmente inteso. Esiste anche l’incapacità di orientarsi tra informazioni, prodotti, servizi, bisogni e conseguenze. Esiste la difficoltà di comprendere il rapporto tra una scelta individuale e gli effetti che quella scelta produce sulla salute, sull’economia, sull’ambiente e sulla società.
La conoscenza, allora, non è un elemento accessorio. È una vera infrastruttura del benessere.
Occorre quindi che il sistema della conoscenza dialoghi con i territori e con tutti gli stakeholder che li compongono. Formazione, ricerca e comunicazione devono diventare strumenti concreti per rendere le persone più consapevoli, i consumatori più informati e le imprese più capaci di trasformare la sostenibilità in una strategia competitiva.
Come si diceva prima, la competizione non avviene soltanto tra imprese o tra territori. Avviene anche dentro la vita quotidiana delle persone. Ogni individuo, infatti, è chiamato a confrontarsi con le proprie possibilità, con il proprio reddito, con l’accessibilità alle risorse, con il livello di conoscenza e con le opportunità che gli vengono offerte.
Qui emerge una delle grandi contraddizioni del nostro tempo. Possiamo chiedere alle persone di compiere scelte sostenibili, salutari e responsabili, ma non possiamo fingere che tutti dispongano degli stessi strumenti per farlo. La capacità di scegliere dipende anche dalla possibilità di comprendere. E la possibilità di comprendere dipende dalla conoscenza, dall’educazione, dall’accessibilità alle informazioni.
Per questo l’analfabetizzazione, nelle sue molte forme, diventa una delle grandi disuguaglianze contemporanee. Non esiste soltanto l’analfabetismo tradizionalmente inteso. Esiste anche l’incapacità di orientarsi tra informazioni, prodotti, servizi, bisogni e conseguenze. Esiste la difficoltà di comprendere il rapporto tra una scelta individuale e gli effetti che quella scelta produce sulla salute, sull’economia, sull’ambiente e sulla società.
La conoscenza, allora, non è un elemento accessorio. È una vera infrastruttura del benessere.
Occorre quindi che il sistema della conoscenza dialoghi con i territori e con tutti gli stakeholder che li compongono. Formazione, ricerca e comunicazione devono diventare strumenti concreti per rendere le persone più consapevoli, i consumatori più informati e le imprese più capaci di trasformare la sostenibilità in una strategia competitiva.
Qual è il nuovo paradigma entro cui competere
Se vogliamo costruire una nuova competitività, dobbiamo prima definire il nuovo paradigma di benessere nel quale essa deve svilupparsi. Questo paradigma si fonda su quattro dimensioni inseparabili: qualità, equità, benessere strutturale e preservazione delle risorse necessarie al futuro.
La qualità riguarda ciò che produciamo e consumiamo, ma anche il modo in cui abitiamo, ci muoviamo, lavoriamo e viviamo il tempo libero. L’equità riguarda la possibilità che il benessere non sia un privilegio riservato a pochi, ma una condizione condivisa tra individui, territori e generazioni. Il benessere strutturale riguarda la capacità di costruire sistemi solidi, capaci di resistere alle crisi senza scaricare continuamente i costi sui più fragili. La preservazione delle risorse riguarda, infine, il dovere di non consumare oggi ciò che domani non saremo più in grado di restituire.
Cosa avviene in questo caso? Che la competitività cambia natura.
Chiedersi chi produce a costi inferiori? Anche, certo. Ma soprattutto dobbiamo domandarci chi riesce a creare più valore senza distruggere il capitale naturale, umano, sociale ed economico da cui dipende il futuro. Chi riesce a migliorare la qualità della vita. Chi costruisce maggiore fiducia. Chi riduce le disuguaglianze. Chi innova senza trasformare l’innovazione in un nuovo modo per esternalizzare i costi. Questa è, per noi, la nuova competitività.
Se vogliamo costruire una nuova competitività, dobbiamo prima definire il nuovo paradigma di benessere nel quale essa deve svilupparsi. Questo paradigma si fonda su quattro dimensioni inseparabili: qualità, equità, benessere strutturale e preservazione delle risorse necessarie al futuro.
La qualità riguarda ciò che produciamo e consumiamo, ma anche il modo in cui abitiamo, ci muoviamo, lavoriamo e viviamo il tempo libero. L’equità riguarda la possibilità che il benessere non sia un privilegio riservato a pochi, ma una condizione condivisa tra individui, territori e generazioni. Il benessere strutturale riguarda la capacità di costruire sistemi solidi, capaci di resistere alle crisi senza scaricare continuamente i costi sui più fragili. La preservazione delle risorse riguarda, infine, il dovere di non consumare oggi ciò che domani non saremo più in grado di restituire.
Cosa avviene in questo caso? Che la competitività cambia natura.
Chiedersi chi produce a costi inferiori? Anche, certo. Ma soprattutto dobbiamo domandarci chi riesce a creare più valore senza distruggere il capitale naturale, umano, sociale ed economico da cui dipende il futuro. Chi riesce a migliorare la qualità della vita. Chi costruisce maggiore fiducia. Chi riduce le disuguaglianze. Chi innova senza trasformare l’innovazione in un nuovo modo per esternalizzare i costi. Questa è, per noi, la nuova competitività.
Perché l’alfabetizzazione può cambiare il modo in cui competiamo
La conoscenza deve diventare concreta. Deve entrare nella vita quotidiana. Per questo riteniamo centrale il tema della “Literacy”, intesa non come semplice educazione e consapevolezza, ma come capacità di comprendere il sistema complesso delle scelte che contribuiscono al nostro benessere.
Il cibo ad esempio è uno dei grandi luoghi in cui si incontrano salute, ambiente, economia, cultura, identità e territorio. Imparare a conoscere il cibo significa comprendere le filiere, le produzioni, la qualità, l’origine, gli impatti e le relazioni che stanno dietro ciò che arriva sulle nostre tavole.
Ma la stessa logica deve estendersi alle quattro grandi attività che definiscono la nostra esperienza quotidiana: abitare, mobilità, tempo libero e cibo. Sono questi gli ambiti nei quali ciascuno di noi compie continuamente scelte. E sono proprio queste scelte, sommate e organizzate, a determinare la direzione dei sistemi territoriali.
Una società più consapevole può chiedere di più alle imprese. Può premiare la qualità. Può riconoscere il valore delle produzioni territoriali. Può comprendere che un prezzo più basso non coincide necessariamente con un costo più basso per la collettività. L’alfabetizzazione, in questo senso, diventa una forma di partecipazione. E la partecipazione diventa una leva di competitività.
La conoscenza deve diventare concreta. Deve entrare nella vita quotidiana. Per questo riteniamo centrale il tema della “Literacy”, intesa non come semplice educazione e consapevolezza, ma come capacità di comprendere il sistema complesso delle scelte che contribuiscono al nostro benessere.
Il cibo ad esempio è uno dei grandi luoghi in cui si incontrano salute, ambiente, economia, cultura, identità e territorio. Imparare a conoscere il cibo significa comprendere le filiere, le produzioni, la qualità, l’origine, gli impatti e le relazioni che stanno dietro ciò che arriva sulle nostre tavole.
Ma la stessa logica deve estendersi alle quattro grandi attività che definiscono la nostra esperienza quotidiana: abitare, mobilità, tempo libero e cibo. Sono questi gli ambiti nei quali ciascuno di noi compie continuamente scelte. E sono proprio queste scelte, sommate e organizzate, a determinare la direzione dei sistemi territoriali.
Una società più consapevole può chiedere di più alle imprese. Può premiare la qualità. Può riconoscere il valore delle produzioni territoriali. Può comprendere che un prezzo più basso non coincide necessariamente con un costo più basso per la collettività. L’alfabetizzazione, in questo senso, diventa una forma di partecipazione. E la partecipazione diventa una leva di competitività.
E se la vera innovazione fosse smettere di consumare il futuro?
La risposta passa anche dai modelli di economia circolare. L’economia circolare non è soltanto una tecnica produttiva ma un modo diverso di concepire il rapporto tra risorse, imprese, consumatori e territori. Così si supera la logica lineare dell’estrarre, produrre, consumare e scartare per costruire sistemi capaci di mantenere un equilibrio dinamico tra fattori produttivi e benessere. E proprio l’economia circolare rappresenta una delle direttrici centrali dell’attività della Fondazione Simone Cesaretti ets, perché offre una prospettiva concreta per superare la contrapposizione tra competitività e bisogni della società.
In un modello circolare, il valore non si misura soltanto nella quantità di beni prodotti ma nella capacità di generare qualità, ridurre gli sprechi, preservare le risorse (ciò che nel modello Peirce Turner viene indicato con la lettera N), rispondere alle esigenze della domanda sociale e creare valore per il consumatore. Anche l’impresa può diventare più competitiva proprio perché è capace di trasformare la sostenibilità in valore percepito, efficienza e innovazione.
Ed è qui che dobbiamo invertire la narrazione. Non è vero che la sostenibilità sia necessariamente un costo. La qualità non è mai incompatibile con la competitività. Questo perché un alto livello di qualità riduce gli sprechi, soddisfa i clienti e crea un valore unico. Il che consente a un'azienda di battere la concorrenza senza dover per forza abbassare i prezzi. Il vero costo è, piuttosto, continuare a consumare i capitali sui quali si fonda il nostro futuro.
La vera inefficienza è costruire sistemi che producono ricchezza mentre aumentano le disuguaglianze, degradano l’ambiente e rendono le persone sempre più vulnerabili.
La vera competitività è quella capace di produrre benessere nel tempo.
Come Fondazione Simone Cesaretti ets crediamo che questa trasformazione non possa essere affidata a un solo attore. I territori, le imprese, le istituzioni, le famiglie, il mondo della ricerca e il Terzo Settore devono assumersi una responsabilità comune. Nessuno può essere spettatore di fronte alle trasformazioni che stanno ridisegnando il nostro futuro.
La sfida è enorme, ma non è astratta. Si gioca nelle scelte di investimento, nei modelli produttivi, nei percorsi formativi, nelle politiche pubbliche e nei comportamenti quotidiani. Ha un centro nella capacità di capire che il benessere non è soltanto quanto possediamo, ma anche ciò che siamo ancora in grado di preservare.
E si gioca nella scelta più importante di tutte: continuare a competere per ottenere un vantaggio immediato, oppure iniziare a competere per costruire un futuro nel quale il benessere sia davvero possibile, condiviso e sostenibile. Perché il tempo non è infinito. E il futuro, questa volta, non può più essere considerato una voce di bilancio da rinviare
La risposta passa anche dai modelli di economia circolare. L’economia circolare non è soltanto una tecnica produttiva ma un modo diverso di concepire il rapporto tra risorse, imprese, consumatori e territori. Così si supera la logica lineare dell’estrarre, produrre, consumare e scartare per costruire sistemi capaci di mantenere un equilibrio dinamico tra fattori produttivi e benessere. E proprio l’economia circolare rappresenta una delle direttrici centrali dell’attività della Fondazione Simone Cesaretti ets, perché offre una prospettiva concreta per superare la contrapposizione tra competitività e bisogni della società.
In un modello circolare, il valore non si misura soltanto nella quantità di beni prodotti ma nella capacità di generare qualità, ridurre gli sprechi, preservare le risorse (ciò che nel modello Peirce Turner viene indicato con la lettera N), rispondere alle esigenze della domanda sociale e creare valore per il consumatore. Anche l’impresa può diventare più competitiva proprio perché è capace di trasformare la sostenibilità in valore percepito, efficienza e innovazione.
Ed è qui che dobbiamo invertire la narrazione. Non è vero che la sostenibilità sia necessariamente un costo. La qualità non è mai incompatibile con la competitività. Questo perché un alto livello di qualità riduce gli sprechi, soddisfa i clienti e crea un valore unico. Il che consente a un'azienda di battere la concorrenza senza dover per forza abbassare i prezzi. Il vero costo è, piuttosto, continuare a consumare i capitali sui quali si fonda il nostro futuro.
La vera inefficienza è costruire sistemi che producono ricchezza mentre aumentano le disuguaglianze, degradano l’ambiente e rendono le persone sempre più vulnerabili.
La vera competitività è quella capace di produrre benessere nel tempo.
Come Fondazione Simone Cesaretti ets crediamo che questa trasformazione non possa essere affidata a un solo attore. I territori, le imprese, le istituzioni, le famiglie, il mondo della ricerca e il Terzo Settore devono assumersi una responsabilità comune. Nessuno può essere spettatore di fronte alle trasformazioni che stanno ridisegnando il nostro futuro.
La sfida è enorme, ma non è astratta. Si gioca nelle scelte di investimento, nei modelli produttivi, nei percorsi formativi, nelle politiche pubbliche e nei comportamenti quotidiani. Ha un centro nella capacità di capire che il benessere non è soltanto quanto possediamo, ma anche ciò che siamo ancora in grado di preservare.
E si gioca nella scelta più importante di tutte: continuare a competere per ottenere un vantaggio immediato, oppure iniziare a competere per costruire un futuro nel quale il benessere sia davvero possibile, condiviso e sostenibile. Perché il tempo non è infinito. E il futuro, questa volta, non può più essere considerato una voce di bilancio da rinviare