Parlare di sostenibilità non è una dichiarazione d’intenti né un esercizio accademico: è una promessa intergenerazionale. Se essa non restituisce ai giovani strumenti, visione e piena partecipazione al processo di costruzione del benessere comune, resta incompiuta. Dall’analisi del prof. Gian Paolo Cesaretti una riflessione che interpella istituzioni, imprese e sistema della conoscenza.
«L’assenza di un progetto di società impedisce ai giovani di avere una visione e l’inadeguatezza qualitativa e quantitativa dei modelli formativi, di quelli occupazionali e dei modelli associativi li allontana dal processo di costruzione del benessere comune».
Questo è uno dei passaggi di un’intervista rilasciata dal professor Gianpaolo Cesaretti al magazine Futura Network verso la fine del 2020, in piena pandemia (puoi leggere l’intera intervista qui). Un’affermazione che ci fa riflettere sul fatto che, se così stanno le cose, dobbiamo ammettere che la sostenibilità, quella vera, non quella da convegno, non può limitarsi alla tutela dell’ambiente o all’efficienza economica. Deve includere la giustizia intergenerazionale come criterio operativo.
La Fondazione Simone Cesaretti ets, fin dalla sua nascita, ha individuato nel superamento del dumping generazionale la condizione necessaria per uno sviluppo realmente sostenibile. Dumping generazionale significa trasferire sulle nuove generazioni costi e squilibri prodotti da scelte miopi: precarietà lavorativa, disoccupazione strutturale, sottoinvestimento in istruzione, ritardi nella transizione ecologica, modelli decisionali autoreferenziali.
È una forma di esternalizzazione del futuro, proprio il contrario dell’investire sulle nuove generazioni! La sostenibilità, allora, non è solo una questione di risorse naturali. Investe invece capitale umano, sociale e istituzionale. È una questione di visione.
Questo è uno dei passaggi di un’intervista rilasciata dal professor Gianpaolo Cesaretti al magazine Futura Network verso la fine del 2020, in piena pandemia (puoi leggere l’intera intervista qui). Un’affermazione che ci fa riflettere sul fatto che, se così stanno le cose, dobbiamo ammettere che la sostenibilità, quella vera, non quella da convegno, non può limitarsi alla tutela dell’ambiente o all’efficienza economica. Deve includere la giustizia intergenerazionale come criterio operativo.
La Fondazione Simone Cesaretti ets, fin dalla sua nascita, ha individuato nel superamento del dumping generazionale la condizione necessaria per uno sviluppo realmente sostenibile. Dumping generazionale significa trasferire sulle nuove generazioni costi e squilibri prodotti da scelte miopi: precarietà lavorativa, disoccupazione strutturale, sottoinvestimento in istruzione, ritardi nella transizione ecologica, modelli decisionali autoreferenziali.
È una forma di esternalizzazione del futuro, proprio il contrario dell’investire sulle nuove generazioni! La sostenibilità, allora, non è solo una questione di risorse naturali. Investe invece capitale umano, sociale e istituzionale. È una questione di visione.
Il dumping generazionale come limite strutturale allo sviluppo
Per comprendere la portata del problema occorre uscire dalla retorica. Negli ultimi decenni la globalizzazione dei mercati non è stata accompagnata da una parallela globalizzazione dei diritti e delle regole. Con la conseguenza che c’è stato un aumento delle disuguaglianze, non solo tra Paesi ma tra classi di età.
I giovani hanno pagato il prezzo più alto della precarietà sistemica: tassi di disoccupazione superiori alla media, contratti discontinui, percorsi di autonomia economica ritardati, difficoltà di accesso al credito e all’abitazione. A ciò si aggiunge un investimento pubblico in formazione e ricerca spesso insufficiente rispetto agli standard europei.
Il paradosso è evidente: proprio la componente più qualificata, innovativa e potenzialmente orientata alla sostenibilità viene marginalizzata nei processi decisionali. Così si indebolisce la capacità del sistema produttivo di rigenerarsi e si compromette la qualità della crescita.
La sostenibilità, nella prospettiva della Fondazione Simone Cesaretti ets, richiede invece una “visione integrata” del benessere: disponibilità di beni e servizi adeguati, accesso equo alle opportunità, investimento negli stock di capitale umano, naturale, economico e sociale. Senza questa integrazione, la crescita resta fragile e squilibrata.
Formazione e lavoro: il nodo strategico della transizione
Se la sostenibilità implica un cambio di paradigma – dalla linearità alla circolarità dei processi economici, dalla competizione miope alla cooperazione responsabile – allora il sistema formativo diventa un’infrastruttura strategica.
Per comprendere la portata del problema occorre uscire dalla retorica. Negli ultimi decenni la globalizzazione dei mercati non è stata accompagnata da una parallela globalizzazione dei diritti e delle regole. Con la conseguenza che c’è stato un aumento delle disuguaglianze, non solo tra Paesi ma tra classi di età.
I giovani hanno pagato il prezzo più alto della precarietà sistemica: tassi di disoccupazione superiori alla media, contratti discontinui, percorsi di autonomia economica ritardati, difficoltà di accesso al credito e all’abitazione. A ciò si aggiunge un investimento pubblico in formazione e ricerca spesso insufficiente rispetto agli standard europei.
Il paradosso è evidente: proprio la componente più qualificata, innovativa e potenzialmente orientata alla sostenibilità viene marginalizzata nei processi decisionali. Così si indebolisce la capacità del sistema produttivo di rigenerarsi e si compromette la qualità della crescita.
La sostenibilità, nella prospettiva della Fondazione Simone Cesaretti ets, richiede invece una “visione integrata” del benessere: disponibilità di beni e servizi adeguati, accesso equo alle opportunità, investimento negli stock di capitale umano, naturale, economico e sociale. Senza questa integrazione, la crescita resta fragile e squilibrata.
Formazione e lavoro: il nodo strategico della transizione
Se la sostenibilità implica un cambio di paradigma – dalla linearità alla circolarità dei processi economici, dalla competizione miope alla cooperazione responsabile – allora il sistema formativo diventa un’infrastruttura strategica.
Non basta aumentare le risorse ma occorre ripensare tutti i modelli. Oggi persiste infatti uno scollamento tra percorsi educativi e domanda di professionalità emergenti, in particolare nei settori legati alla transizione ecologica e digitale. Senza un capitale umano adeguatamente formato, anche gli investimenti più ambiziosi rischiano di non produrre effetti moltiplicativi.
La formazione, tuttavia, non è solo acquisizione di competenze tecniche ma costruzione di una forma mentis. In tale ottica i princìpi di sostenibilità devono diventare filosofia operativa di istituzioni, imprese e famiglie. Questo implica un ripensamento dei contenuti educativi, dei metodi didattici, dei criteri di valutazione. Non si tratta di certificare competenze, ma di generare consapevolezza critica e capacità di interpretare il futuro.
Sul versante occupazionale, il diritto all’accesso al mercato del lavoro deve essere inteso come diritto sostanziale. Politiche di attivazione, servizi per l’impiego efficienti, incentivi mirati all’assunzione giovanile, sostegno alla creazione di impresa e alla formazione continua sono strumenti indispensabili per ridurre il dualismo del mercato del lavoro e contrastare il fenomeno dei NEET.
Un giovane adeguatamente formato e inserito in modo stabile nel sistema produttivo non è solo un beneficiario di politiche pubbliche. È un moltiplicatore di valore economico e sociale. Contribuisce al sistema contributivo, alla spesa pubblica, alla coesione territoriale. Diventa, in termini sistemici, architrave della società.
La formazione, tuttavia, non è solo acquisizione di competenze tecniche ma costruzione di una forma mentis. In tale ottica i princìpi di sostenibilità devono diventare filosofia operativa di istituzioni, imprese e famiglie. Questo implica un ripensamento dei contenuti educativi, dei metodi didattici, dei criteri di valutazione. Non si tratta di certificare competenze, ma di generare consapevolezza critica e capacità di interpretare il futuro.
Sul versante occupazionale, il diritto all’accesso al mercato del lavoro deve essere inteso come diritto sostanziale. Politiche di attivazione, servizi per l’impiego efficienti, incentivi mirati all’assunzione giovanile, sostegno alla creazione di impresa e alla formazione continua sono strumenti indispensabili per ridurre il dualismo del mercato del lavoro e contrastare il fenomeno dei NEET.
Un giovane adeguatamente formato e inserito in modo stabile nel sistema produttivo non è solo un beneficiario di politiche pubbliche. È un moltiplicatore di valore economico e sociale. Contribuisce al sistema contributivo, alla spesa pubblica, alla coesione territoriale. Diventa, in termini sistemici, architrave della società.
Verso una Youth’s Society: modificare i modelli decisionali
Il punto più radicale dell’analisi che emerge dall’intervista riguarda i modelli decisionali. Tutti gli stakeholder – istituzioni, imprese, sistema della conoscenza, famiglie – sono coinvolti nella questione generazionale. Una “quota giovani” nei processi decisionali? Non proprio: è invece una questione di ripensamento dell’intera l’architettura di questi ultimi.
La sostenibilità richiede una coniugazione simmetrica di etica, efficienza economica ed equità intra e intergenerazionale. Questo significa valutare le politiche pubbliche non solo in termini di impatto immediato, ma di effetti di lungo periodo sulle nuove generazioni. Significa includere i giovani nei luoghi della governance, rafforzarne la partecipazione negli organismi rappresentativi, riconoscerne il ruolo di co-protagonisti nella definizione delle strategie di sviluppo.
L’advocacy della Fondazione si muove in questa direzione: formazione avanzata, attività editoriale scientifica, supporto ai policy maker, promozione di una cultura della sostenibilità capace di incidere sui comportamenti collettivi. L’obiettivo è chiaro: costruire una Youth’s Society, una società in cui i giovani non siano destinatari passivi di decisioni altrui ma vettori attivi del benessere sostenibile.
In definitiva, la domanda da cui siamo partiti resta sul tavolo: può dirsi sostenibile una società che non consente ai propri giovani di immaginare e costruire il futuro? La risposta, se vogliamo essere rigorosi, è no. La sostenibilità è un patto intergenerazionale. E ogni patto, per essere credibile, deve garantire reciprocità, responsabilità e visione condivisa. Senza questo, la parola resta. Il progetto, invece, non nasce.
Il punto più radicale dell’analisi che emerge dall’intervista riguarda i modelli decisionali. Tutti gli stakeholder – istituzioni, imprese, sistema della conoscenza, famiglie – sono coinvolti nella questione generazionale. Una “quota giovani” nei processi decisionali? Non proprio: è invece una questione di ripensamento dell’intera l’architettura di questi ultimi.
La sostenibilità richiede una coniugazione simmetrica di etica, efficienza economica ed equità intra e intergenerazionale. Questo significa valutare le politiche pubbliche non solo in termini di impatto immediato, ma di effetti di lungo periodo sulle nuove generazioni. Significa includere i giovani nei luoghi della governance, rafforzarne la partecipazione negli organismi rappresentativi, riconoscerne il ruolo di co-protagonisti nella definizione delle strategie di sviluppo.
L’advocacy della Fondazione si muove in questa direzione: formazione avanzata, attività editoriale scientifica, supporto ai policy maker, promozione di una cultura della sostenibilità capace di incidere sui comportamenti collettivi. L’obiettivo è chiaro: costruire una Youth’s Society, una società in cui i giovani non siano destinatari passivi di decisioni altrui ma vettori attivi del benessere sostenibile.
In definitiva, la domanda da cui siamo partiti resta sul tavolo: può dirsi sostenibile una società che non consente ai propri giovani di immaginare e costruire il futuro? La risposta, se vogliamo essere rigorosi, è no. La sostenibilità è un patto intergenerazionale. E ogni patto, per essere credibile, deve garantire reciprocità, responsabilità e visione condivisa. Senza questo, la parola resta. Il progetto, invece, non nasce.