C’è una parola che attraversa in filigrana tutto il dibattito contemporaneo sullo sviluppo: urgenza. Non è più il tempo delle analisi rassicuranti, né delle soluzioni rinviate. È questo il messaggio di fondo dell’articolo “Territories between global competition and Sustainability: Getting out of the Race to the Bottom Trap”, pubblicato nel numero 1/2025 sulla Review of Studies on sustainability (Franco Angeli) a firma di Vera Sibilio, Gian Paolo Cesaretti, Sawfat H. Shakir Hanna, Irene Paola Borrelli, Kateryna Kononova, Immacolata Viola, che mette a fuoco uno dei nodi più critici del nostro tempo: il conflitto, solo apparentemente inevitabile, tra competizione globale e sostenibilità.
C’è un momento, nella vita dei territori, in cui qualcosa smette di funzionare senza fare rumore. Non crollano le case, non si fermano le fabbriche, non spariscono le persone. Eppure, lentamente, il senso delle cose si assottiglia. Le città diventano intercambiabili, le economie fragili, i paesaggi stanchi. È da questo silenzio che prende avvio il lavoro degli autori: non da una crisi improvvisa, ma da un’erosione continua, sistemica, quasi normalizzata.
L’articolo parla di numeri, modelli, capitali. Ma sotto la superficie metodologica c’è una storia precisa: quella di un mondo che ha scelto di correre senza chiedersi verso dove, e di territori che, nel tentativo di restare competitivi, hanno iniziato a perdere sé stessi.
La corsa che abbassa tutto
La chiamano Race to the Bottom. È un’espressione tecnica, ma sembra il titolo di un romanzo distopico. Una corsa in cui si vince abbassando il prezzo, comprimendo i diritti, semplificando la complessità, esternalizzando tutto ciò che pesa. In questa corsa non c’è un traguardo vero, solo un continuo arretrare dell’asticella: meno tutele, meno qualità, meno futuro.
Gli scienziati lo spiegano con precisione: standardizzazione produttiva, esternalizzazione dei costi economici, sociali e ambientali, competizione giocata quasi esclusivamente sul prezzo. Ma se si legge tra le righe, quello che emerge è un paesaggio umano impoverito. Un sistema che produce beni sempre più simili e territori sempre più fragili, come se la diversità fosse un difetto da correggere anziché una ricchezza da proteggere.
In questa corsa, alcuni territori sembrano guadagnare terreno per un tratto. Ma è un vantaggio fragile, temporaneo. Perché mentre si corre, si consumano le risorse che rendono possibile la corsa stessa.
I capitali che non fanno rumore quando si consumano
Uno degli aspetti più potenti dell’articolo è il modo in cui parla dei quattro capitali: naturale, umano, sociale ed economico. Li si chiama “stock”, li si analizza, li si misura. Ma in realtà si racconta qualcosa di molto più profondo: il patrimonio invisibile che permette alle società di esistere.
Il capitale naturale non è solo ambiente: è la possibilità di respirare, coltivare, abitare. Il capitale umano non è solo competenza: è conoscenza, formazione, capacità di immaginare. Il capitale sociale non è solo rete: è fiducia, coesione, senso di appartenenza. Il capitale economico, infine, non è solo ricchezza: è stabilità, capacità di investimento, visione.
La Race to the Bottom li consuma tutti, ma lo fa lentamente, senza clamore. E proprio per questo è pericolosa. Perché quando ce ne accorgiamo, il danno è già strutturale. I territori diventano dipendenti da modelli che li impoveriscono, mentre il benessere smette di essere condiviso e diventa diseguale, frammentato, instabile.
Il benessere che non regge nel tempo
Gli autori insistono su un’espressione chiave: benessere socialmente condiviso. Non è un dettaglio semantico. È una presa di posizione etica. Perché il benessere che cresce solo per alcuni, o solo per un periodo limitato, non è sostenibile. È una promessa mancata.
Le evidenze empiriche richiamate nel lavoro sono dure: disuguaglianze crescenti, perdita di biodiversità, investimenti insufficienti nel futuro, debito pubblico in aumento, resilienza territoriale debole. Ma il punto non è l’elenco. È la traiettoria. Un mondo che consuma oggi ciò che domani non potrà più restituire.
E poi c’è la dimensione del tempo, visto come dimensione morale. L’articolo parla chiaramente di equità intergenerazionale: ciò che facciamo oggi ricade su chi verrà dopo. Ogni scelta di corto respiro è un’eredità problematica. Ogni costo esternalizzato è un conto rimandato.
La falsa alternativa tra crescita e sostenibilità
Uno dei passaggi più importanti del lavoro è il rifiuto di una narrazione tossica: quella che oppone crescita e sostenibilità come se fossero nemiche. Gli autori smontano questa dicotomia con rigore, ma anche con una chiarezza che ha qualcosa di politico.
La sostenibilità non blocca la crescita. È la crescita miope che distrugge le condizioni della sostenibilità. Il problema non è competere, ma competere male. Non è produrre, ma produrre senza chiedersi per chi, a quale prezzo, con quali conseguenze.
Da qui nasce la proposta di un nuovo paradigma competitivo, fondato su utilità sociale, efficienza ed etica sociale. Concetti che, letti così, sembrano astratti. Ma in realtà parlano di scelte quotidiane: cosa incentiviamo, cosa premiamo, cosa riteniamo accettabile.
Territori come protagonisti, non comparse
Nel racconto che emerge dall’articolo, i territori non sono semplici pedine della globalizzazione. Sono luoghi di decisione. Possono scegliere se continuare a inseguire modelli che li consumano o se costruire traiettorie diverse, più lente forse, ma più solide.
Questo richiede consapevolezza, alfabetizzazione, responsabilità condivisa. Le imprese, le famiglie, le istituzioni, il mondo della ricerca, il non profit: nessuno è neutrale. Tutti partecipano, nel bene o nel male, alla direzione presa.
Da qui la chiamata all’azione. Non vengono proposte scorciatoie, bensì lavoro, coordinamento, visione. Innovazione, ma non come feticcio tecnologico, come trasformazione sociale.
Non c’è più tempo per fingere
Il messaggio è fondamentalmente uno: la Race to the Bottom non è sostenibile. Non economicamente, non socialmente, non umanamente.
Continuare a percorrerla significa accettare un futuro di territori più deboli, società più diseguali, conflitti più frequenti. Uscirne significa ripensare le regole del gioco, rimettere al centro il benessere condiviso, riconoscere che la sostenibilità non è un lusso, ma una necessità.
Letto così, il lavoro di Cesaretti e degli altri autori non è solo un contributo scientifico. È un avvertimento. E, insieme, un atto di fiducia: l’idea che i territori possano ancora scegliere di non perdere la propria voce.