Non solo ambiente: la sostenibilità come equilibrio del benessere umano
“Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.
La definizione del concetto di sostenibilità espressa nel Rapporto Brundtland del 1987 è quella che negli anni a venire si è diffusa con un’interpretazione molto ampia. È entrata nei discorsi politici, nelle strategie aziendali, nelle campagne pubblicitarie, nei manuali scolastici. Eppure, proprio mentre la parola “sostenibilità” diventava familiare, il suo significato si è progressivamente ristretto, come se fosse stata chiusa dentro una scatola verde con sopra scritto: AMBIENTE.
Ma la sostenibilità, se presa sul serio, non è solo una questione ecologica. Va invece ad interessare il benessere complessivo, l’equilibrio tra dimensioni materiali e immateriali della vita, tra presente e futuro, tra individui e comunità. È, in altre parole, una questione di modello di sviluppo.
Oltre la definizione di Brundtland
Il punto di partenza classico è dunque la definizione della Commissione Brundtland del 1987 e del documento che ad essa seguì, dal titolo “Our Common Future”: lo sviluppo sostenibile è quello che soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.
Una definizione potente, ma anche volutamente aperta. Parla sì di “bisogni”, ma non li specifica; evoca l’armonia tra generazioni, ma non entra nel dettaglio delle variabili che compongono il benessere.
Per anni, questa definizione ha funzionato come un faro: indicava la direzione, senza descrivere la strada. E così, nella pratica, la sostenibilità è stata spesso interpretata come un problema ambientale da affiancare allo sviluppo economico, quasi come una variabile correttiva. Prima si cresce, poi si “aggiusta” l’ambiente. Un approccio che oggi mostra tutti i suoi limiti.
Dal PIL al benessere: la svolta culturale
Il primo vero scossone arriva con la crisi finanziaria del 2007-2009. Il crollo del PIL in molti Paesi occidentali mette in discussione l’idea stessa che il prodotto interno lordo sia il termometro del benessere. Nel 2007, il presidente francese Nicolas Sarkozy incarica una commissione di studiosi, tra cui i premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, insieme all’economista Jean-Paul Fitoussi, di rispondere a una domanda semplice e rivoluzionaria: il PIL misura davvero il benessere delle persone?
La risposta è nota: no. O, almeno, non lo misura completamente. Il PIL dice quanto si produce e quanto si spende, ma non dice come si vive. Non dice nulla sulla qualità dell’ambiente, sulle relazioni sociali, sulla salute, sull’educazione, sulle disuguaglianze.
Da quella riflessione nasce il paradigma del “Beyond GDP”, oltre il PIL. Nel 2011 l’OCSE sviluppa un impianto concettuale più articolato: il benessere viene diviso in due grandi dimensioni, le condizioni materiali di vita (material life conditions) e la qualità della vita (quality of life). È un passaggio culturale decisivo, perché riconosce che il benessere non è solo reddito, ma anche salute, ambiente, relazioni, tempo libero, sicurezza, soddisfazione personale.
E, soprattutto, emerge un concetto fondamentale: per essere sostenibile nel tempo, il benessere deve poggiare su quattro “stock” di capitale: il capitale naturale, quello umano, quello economico e quello sociale. Se uno di questi viene depauperato, il benessere complessivo non può durare.
La sostenibilità come equilibrio tra presente e futuro
Come la Fondazione Simone Cesaretti Ets ritiene già dal 2007 (e non a caso questa è la tesi alla base del suo statuto fondante) la sostenibilità del benessere può essere immaginata come una bilancia: da un lato l’equità tra le persone che vivono oggi, dall’altro l’equità tra le generazioni. Solo se la bilancia resta in equilibrio, il sistema regge.
Questo significa, concretamente, tre cose. Primo: trovare un equilibrio tra le condizioni materiali e la qualità della vita. Secondo: ridurre le disuguaglianze, perché una società profondamente iniqua non è sostenibile. Terzo: investire nel futuro, cioè rigenerare i capitali naturali, umani, economici e sociali.
La sostenibilità, dunque, non è una variabile accessoria. È il modo in cui si organizza l’intero processo di sviluppo.
Che cos’è davvero un modello di sviluppo
Quando si parla di sviluppo, spesso si confonde il termine con la crescita economica. Ma non sono la stessa cosa. La crescita è un aumento quantitativo del PIL. Lo sviluppo è un cambiamento qualitativo del sistema economico e sociale.
In macroeconomia, il PIL di un Paese si può descrivere con una semplice identità: consumi delle famiglie, investimenti delle imprese, spesa pubblica, esportazioni meno importazioni. Questa formula non è solo un esercizio contabile: è la fotografia della struttura di un’economia.
Se i consumi sono orientati a beni di scarsa qualità o a prodotti che distruggono l’ambiente, il modello di sviluppo sarà fragile. Se gli investimenti puntano su attività speculative invece che su cultura, ricerca, infrastrutture o capitale umano, il benessere futuro sarà compromesso. Se la spesa pubblica non riduce le disuguaglianze, la società diventerà instabile.
In altre parole, il modello di sviluppo è la struttura del processo di cambiamento. E la sostenibilità riguarda proprio questa struttura, non solo i risultati finali.
Agenda 2030: gli obiettivi come indicatori del cambiamento
Con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, il discorso si fa ancora più chiaro. I 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile non sono solo traguardi da raggiungere. Sono indicatori di un cambiamento più profondo.
Per esempio, il Goal 2, quello sulla sicurezza alimentare, non è soltanto un obiettivo settoriale. È la prova che il modello di sviluppo è cambiato. Se non si modifica il modello economico e sociale, non si potrà mai eliminare la fame nel mondo. Lo stesso vale per le disuguaglianze, la parità di genere, l’istruzione, la salute, l’energia, il lavoro dignitoso.
Il benessere sostenibile: una visione integrata
Il passaggio dal PIL al benessere rappresenta un cambio di paradigma. Il benessere include dimensioni non quantificabili: la bellezza di un paesaggio, la qualità delle relazioni, il senso di appartenenza a una comunità, la sicurezza, la salute mentale.
Una settimana di vacanza in un luogo incontaminato può generare un benessere enorme, ma non entra nelle statistiche del PIL se non per la spesa effettuata. Eppure, per la persona che la vive, quel benessere è reale, concreto, trasformativo.
Questo ci costringe a rivedere le nostre metriche e le nostre priorità. Una società che cresce economicamente ma distrugge territori, crea disuguaglianze, marginalizza i giovani e impoverisce le relazioni sociali non è una società sostenibile, anche se il PIL aumenta.
Una sfida culturale prima ancora che economica
Come la Fondazione Simone Cesaretti Ets auspica, la sostenibilità del benessere non è un’utopia, ma richiede un cambiamento culturale profondo. Significa passare da un’idea di sviluppo basata sull’accumulazione quantitativa a una visione centrata sulla qualità della vita e sull’equità.
Significa anche riconoscere che il benessere non può essere costruito a scapito di qualcuno: né delle persone che vivono oggi, né di quelle che verranno domani. La sostenibilità è, in fondo, una questione di giustizia nel tempo e nello spazio.
Il punto non è semplicemente “fare meno danni all’ambiente”. Il punto è ripensare l’intero modello di sviluppo, affinché produca un benessere diffuso, duraturo e condiviso. Una sostenibilità che non riguarda solo la natura, ma anche le relazioni, l’economia, la cultura e la qualità della vita.
Quando si guarda la sostenibilità in questo modo, la parola smette di essere uno slogan e torna a essere un progetto. Non una moda, ma una direzione evolutiva. Non una rinuncia, ma una forma più intelligente e duratura di benessere. E a quel punto l’utopia smette di essere un sogno irrealizzabile e diventa un orizzonte operativo, un cantiere aperto in cui economia, società e ambiente smettono di competere e iniziano, finalmente, a cooperare.